GOVERNANCE COLLABORATIVA

Avv. R. Eva Cresci

Quando in Iusintech incontriamo per la prima volta le imprese interessate a innovare registriamo sempre le solite preoccupazioni di fondo:  paura di perdere il controllo sui dati e sul know-how aziendale, senso di incertezza e confusione normativa (specie su interdipendenza tra GDPR e AI Act), spaesamento sulle scelte di recruitment, ma anche una certa ritrosia a valorizzare le competenze in chiave sinergica.

Se negli ultimi anni sentiamo incessantemente parlare di trasformazione e rafforzamento della digitalizzazione attraverso iniziative (=investimenti) su cloud, cybersecurity, data analysis e interoperabilità, questi interventi spesso si fermano all’adozione di nuovi applicativi valutati solo dal punto di vista operativo, senza che si entri nel merito delle effettive implicazioni che impattano sulla gestione del rischio, così come richiesto dal quadro normativo europeo introdotto con l’AI Act, dalla normativa nazionale ex L. 132/25 e dai principi generali di organizzazione, amministrazione e controllo che derivano dal diritto societario italiano (ad esempio art. 2086 c.c., che impone assetti organizzativi adeguati alla natura e dimensione dell’impresa).

Parlare di governance, specie in ambito AI, significa infatti passare ad un livello successivo più sistematico e strategico, che contempla accountability, risk assessment strutturato, procedure di supervisione, monitoraggio continuo, documentazione tecnica, policy interne, ecc. ovvero una corretta sincronizzazione delle varie competenze aziendali, intesa non solo come leva di efficienza ma ANCHE come un integratore di processi decisionali, di controllo e di rendicontazione.

In questo scenario,  si inserisce la prospettiva del cosiddetto “Digital Omnibus”, orientata a una progressiva razionalizzazione e coordinamento del corpus normativo europeo in materia digitale (AI Act, Data Act, Data Governance Act, Cyber Resilience Act), con l’obiettivo di ridurre frammentazioni applicative e rafforzare la coerenza tra obblighi di compliance, accountability e gestione del rischio tecnologico. Per le imprese ciò significa prepararsi a un contesto regolatorio sempre più integrato, nel quale le scelte di delega “alle macchine” incidono direttamente sull’assetto organizzativo e sulle responsabilità dei decisori.

Alcuni esempi concreti possono aiutare a comprendere la portata del tema.

Una PMI che introduce un sistema di AI per lo screening automatizzato dei CV entra potenzialmente nell’ambito dei sistemi “ad alto rischio” ai sensi dell’AI Act (allegato III con entrata in vigore prevista nell’agosto prossimo e con obblighi specifici in materia di risk management, qualità dei dati, documentazione tecnica, supervisione umana e registrazione). Non si tratta solo di acquistare un software: occorre verificare ruoli (provider/deployer), basi giuridiche ex art. 6 AI Act, eventuale DPIA ex art. 35 GDPR, livello di trasparenza e discriminazione dei modelli.

Analogamente, l’adozione di strumenti di AI generativa per supportare funzioni marketing o customer care espone l’impresa a rischi di trattamento illecito di dati personali, di dispersione del know-how aziendale e di utilizzo di modelli addestrati su dataset non adeguatamente verificati sotto il profilo delle licenze e dei diritti di proprietà intellettuale. Anche in questo caso, governance significa presidio contrattuale, policy interne, controlli sugli accessi, regole di conservazione e cancellazione dei dati, supervisione umana e tracciabilità.

L’innovazione non è più solo una questione tecnica o di efficienza da delegare all’IT: è una scelta strategica che incide direttamente sulla responsabilità degli amministratori e sulla sostenibilità giuridica del modello di business, ciò anche in vista delle pesanti sanzioni che si prospettano all’orizzonte.

Per chi sta innovando, o intende farlo, è il momento di scegliere e adottare un nuovo approccio quello della governance collaborativa, introducendo prassi di frequente confronto tra board e dipartimenti ICT, sicurezza, legal e compliance, promuovendo un linguaggio condiviso e la discussione multidisciplinare. Solo così si può costruire un percorso di cambiamento su solide basi, trasformando obblighi regolatori in vantaggio competitivo, clausole contrattuali punitive in accordi sostenibili e la centralità della supervisione umana in credibilità verso mercato, investitori e stakeholder.

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